La riforma più millennial-friendly di tutte: ridurre drasticamente il debito pubblico

Dal 1992 il debito pubblico è un tema politico a tutti gli effetti. Il Trattato di Maastricht ha iscritto l’obiettivo dichiarato di ridurlo – al 60% del PIL – nelle agende di tutti i governi europei. Da allora non si fa che parlarne: se ne scrive nei giornali, se ne discute nei salotti televisivi. Non si fa molto di più, però. Se ne parla. E basta: attualmente l’Italia ha il terzo debito pubblico più alto al mondo, pari a circa il 135% del suo PIL ovvero 2200 e passa miliardi di euro (!!!).

Nessuno dei molteplici e variegati governi che si sono alternati negli ultimi 35 anni (da quando cioè il nostro debito è esploso: nel 1981 la Banca d’Italia smise di acquistare i titoli di stato emessi dal governo, è il famoso “divorzio tra Bankitalia e Tesoro) ha mai seriamente cercato di ridurre l’indebitamento dello stato italiano. E checchè ne dicano giornaloni e contestatori di professione, in Italia l’austerity non si è mai fatta.

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Rino Formica (PSI) e Beniamino Andreatta (DC) nel 1982 furono i protagonisti della “lite delle comari”, un diverbio pubblico sul ruolo di Bankitalia nell’acquisto del debito sovrano

Austerity è un termine giornalistico chiaramente biased – cioè sottintendente un significato ideologico negativo – che descrive il processo in cui un governo sistema le finanze pubbliche, riduce la spesa, rende efficiente la gestione della burocrazia e abbassa le imposte. In un periodo di vacche grasse tirare la cinghia è relativamente facile e permette di liberare risorse per affrontare al meglio un’eventuale, futura recessione. Se la c.d. austerity non viene fatta in tempi favorevoli, tocca farla nei momenti difficili per evitare che si evolvano in tempi disastrosi.

In Italia l’unico accenno di vera austerity lo si deve al governo di Mario Monti (2011-2012). Purtroppo l’ha attuata nel modo peggiore possibile: riducendo la spesa in conto capitale (cioè gli investimenti a lungo termine) anziché la spesa corrente (i pagamenti quotidiani del settore pubblico, in soldoni) e aumentando le imposte. Di gran risultati infatti non se ne sono visti, anche se molti sostengono che le norme impopolari di quel governo tecnico abbiano evitato all’Italia il default finanziario. L’austerity personificata dalle lacrime di coccodrillo di Elsa Fornero, l’allora ministro delle politiche sociali, è diventata così sinonimo di macelleria sociale anziché di buon senso e lungimiranza.

L’ultima legge finanziaria – la misura approvata ogni dicembre dal governo in carica che “legittima” la spesa pubblica dell’anno successivo – è stata raffazzonata ad arte nella disperazione pre-referendaria, nella speranza che qualche mancetta a destra e sinistra avrebbe cambiato l’esito di un voto negativo annunciato da mesi (per ulteriori dettagli sulla legge di bilancio 2017 si consiglia l’ottimo, scorrevole focus di Luca Minola scritto per l’Istituto Bruno Leoni).

In questo senso Matteo Renzi si è dimostrato uguale a tutti i suoi predecessori, sopratutto nel corso degli ultimi 10 mesi del suo governo quando ha cercato di autoincoronarsi re del keynesismo – il rimando è al celebre economista di Cambridge, J. M. Keynes, iniziatore della macroeconomia. Negli anni ’30, ’40, ’50 e ’60 si è giustificato in suo nome l’aumento vertiginoso della spesa pubblica in tutto l’Occidente -. Ciò ha significato che il sedicente riformista fiorentino, anzichè tagliare la spesa e ridurre il debito, si è prodigato in assegni, bonus e ponti sullo stretto di Messina per non farsi scavalcare a sinistra durante la campagna per il referendum costituzionale. Se la manovra è apparsa maldestra, l’esito è stato grottesco.

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John Maynard Keynes (1883-1946). La sua teoria della spesa pubblica in deficit come motore di crescita economica è stata alla base del New Deal del presidente americano F. D. Roosevelt

Tradizionalmente l’austerity è considerata una misura economica conservatrice. La verità è che una riduzione radicale, drastica e coraggiosa del debito pubblico è la riforma più progressista che si possa concepire. Progressista nel senso vero del termine, cioè che guarda al futuro e alla prossima generazione: la nostra.

La riduzione del debito pubblico si può attuare in diversi modi:

  • privatizzando le grandi aziende pubbliche o vendendo le quote azionarie di tali aziende rimaste in mano allo stato, che di fatto gli garantiscono il controllo di gestione con tutta l’inefficienza, la corruttela e l’ostacolo alla concorrenza che ne derivano: RAI, Poste Italiane, Trenitalia, Eni, Enel e tutte le altre (sono davvero tante, fatevi un giro sul sito del MEF).
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Il MEF attualmente controlla il 64,7% di Poste Italiane, il 23,58% di Enel, il 30,71% di Eni, il 100% di Trenitalia e il 100% di Rai

  • riducendo gli sprechi dell’amministrazione pubblica.
  • recuperando i capitali dei grandi evasori esteri.
  • liberalizzando ampli settori dell’economia così da recuperare i capitali sommersi dei “piccoli evasori” nazionali.
  • istituendo la responsabilità fiscale delle singole regioni (obbligandole a spendere quanto incassano tramite le imposte, la cui riscossione dovrebbe a quel punto essere decentralizzata).
  • disarmonizzando i finanziamenti regionali, adattando la spesa alle condizioni socio-economiche di contesto (un insegnante che vive a Milano non può essere remunerato/a quanto un insegnante che vive a Catanzaro, per ovvie ragioni di differenza nei costi della vita).
  • facendo sì che l’economia cresca applicando tutte le misure sopra elencate: se la matematica non è un’opinione il rapporto debito/PIL si riduce se il denominatore aumenta (e se contemporaneamente il numeratore diminuisce il risultato sarà ancor più radicale).

Riducendo il debito pubblico si garantisce maggiore credibilità al paese, si scongiurano i rischi di speculazione finanziaria da parte dei creditori, si ottiene una burocrazia più leggera e un’economia più libera. Nondimeno, si apre il paese alla possibilità di spendere denaro pubblico in progetti per i quali può valer la pena prelevare parte del reddito dei cittadini, per esempio:

  • banda larga su tutto il territorio nazionale: secondo l’indice di digitalizzazione 2016* dell’Economist, l’Italia è la peggiore tra i paesi OCSE – il gruppo dei paesi più ricchi e sviluppati al mondo – con solo il 23,5% della popolazione che ha accesso ad una banda larga fissa (peggio di noi solo l’Arabia Saudita: siamo sotto a Uruguay, Ungheria e Bielorussia). Un paese ultraconnesso e digitalmente avanzato è automaticamente più business-friendly, più attraente per gli investimenti e quindi più prospero per i suoi cittadini.
  • alta velocità e trasporto su rotaie su tutto il territorio nazionale. Le reti ad alta velocità italiane funzionano bene ma sono poche e collegano solo i punti nevralgici del paese: un’anacronismo che lascia indietro il resto del territorio (vedi mappa sottostante).

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  • sostegno allo studio – l’Italia è fanalino di coda in Europa per numero di laureati sul totale dei giovani: 25,3% contro una media UE del 38,7% – e massicci investimenti per la ricerca. Uno studio dimostra che le università italiane sono tra le più efficienti al mondo, con un rapporto risorse finanziarie/output accademico superiore alle rinomate Oxford, Harvard e Cambridge. Il problema è che le risorse sono particolarmente scarse. Di conseguenza lo sono anche i risultati accademici non normalizzati (quindi senza tenere conto del livello di spesa) dei nostri atenei.
  • aggiornamento professionale per lavoratori la cui mansione è destinata all’automazione (a Singapore e in Lettonia stanno sperimentando l’introduzione di assegni finanziati dallo stato per il re-skilling di dipendenti pubblici e privati in settori ad elevata automazione tecnologica).
  • reddito di cittadinanza. E’ una riforma controversa che secondo alcuni potrebbe indurre a disincentivare la ricerca di un lavoro: in Finlandia il governo sta azzardando un esperimento su un campione ristretto di disoccupati. Se la misura fosse accompagnata da una drastica riduzione dei servizi di welfare forniti dallo stato si otterrebbe un triplice vantaggio: a) la creazione di un nuovo mercato per i privati che potrebbero concorrere per la fornitura di servizi di assistenza socio-economica-sanitaria; b) la responsabilizzazione dei cittadini nella gestione delle proprie finanze; c) l’istituzione di un efficace strumento contro la povertà e contro l’inattività di chi si ritrova nel circolo vizioso disoccupazione-inesperienza-disoccupazione.

Per tutte queste ragioni – e per tante altre che sicuramente al momento mi sfuggono – è evidente che la riduzione del debito pubblico dovrebbe essere la priorità più prioritaria per qualsiasi governo in carica. Sicuramente lo è per i millennials cresciuti all’ombra di quei 2200 miliardi di euro di indebitamenti arbitrari e quasi sempre inutili e dannosi. E’ il risultato di una compravendita di voti a suon di spesa pubblica, durato più di tre decenni. A scapito del nostro futuro.

*Misura la diffusione tecnologica in tree aree dell’economia: imprese, persone e governi. Include indicatori quali copertura 3G, sicurezza dei server, accesso a internet tramite rete domestica e servizi pubblici online.

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